Nel mondo dell’arte moderna, fin dagli inizi del nostro secolo la situazione della scultura è stata “particolare” per la difficoltà di circoscriverne il modulo, dalla materia alla destinazione stessa dell’opera finita e il disagio maggiore si deve registrare in Italia. Qui, infatti, i suoi sviluppi furono più discutibili, specie negli anni tra le due guerre mondiali, anche perché se si eccettuino i casi di Mino Rosso, Melotti e Fontana, la scultura ebbe una storia a sé distaccata dal rapporto con l’Europa e le sue avanguardie.
I motivi di ciò vanno ricercati, non solo nella condizione politica del paese ma anche, e soprattutto, nella vitalità della vecchia tradizione figurativa ancora operante con artisti classicheggianti quali Greco e Mascherini, oppure di gusto espressionista popolaresco come Fabbri.

Con queste cose deve aver fatto i conti un giovane che, formatosi nella nativa Sardegna negli anni del dopoguerra, ebbe come punto di partenza obbligato la cultura nazionale. Anche se a livello mitico, egli era in grado di respirare il clima più vivo di una circolazione di idee europee. E questo sia detto tenendo presenti i limiti imprecisati dell’espressionismo astratto in cui si attuò il clima di partenza per i diversi protagonisti del mondo plastico di ieri e di oggi.
Sono queste le motivazioni per cui le sculture che Italo Antico realizzò in rame o in ferro intorno al 1958 mantengono una consapevolezza strutturale dell’immagine alimentata da una profonda concentrazione melanconica. Ciò porta ad accentuare la tensione spiritualistica nei termini di una plastica impressionisticamente animata, salvo restando la serpeggiante inquietudine di un approdo provvisorio in cui la ricerca è assieme forza coesiva ed elemento sovvertitore.
Siamo negli anni in cui proprio la tradizione brancusiana apriva due vie ugualmente problematiche — e del resto già vissute da Brancusi stesso fino a un certo limite

del primitivismo e della struttura geometrizzante.

Col 1967 Antico pare aver scelto con più decisione la propria via: le sue opere posseggono ora pienamente le caratteristiche speciali della scultura e vivono di una completa libertà plastica. Concepite in tre dimensioni, proprio nel momento in cui la scultura italiana pare vincolata a un linguaggio plastico bidimensionale, sono testimonianza dell’impegno dello scultore nei confronti di una forma affermantesi nella piena diffusione nello spazio.
L’immagine umana non sorge tuttavia nel trionfo della integrità restituita o della mitizzazione edenica che sarebbe infondo un troppo facile gioco per lo scultore il quale ha raggiunto una piena padronanza di mestiere, non solo nei confronti del ferro, del. la pietra e del bronzo, e che presto sperimenterà anche materiali in fondo più « difficili » quali il polistirolo.

L ‘integrità plastica originaria dell’immagine umana o naturale viene corrotta con una erosione che ha i suoi prototipi più illustri in Reginald Butler ma che la collocazione nella libertà di spazi aperti permette di mettere in rapporto con le opere della Hepworth. Anche in Italo Antico, infatti, l’opera plastica conserva la forza di un’opera di natura, un senso di originarietà che pare connaturato col paesaggio della Sardegna. E’ attraverso questo processo che l’uomo, collocato nella solitudine spirituale della sua erosione, diviene un ‘immagine spaziale di sempre e di oggi. Una tendenza, o meglio, una svolta verso un maggiore rigore strutturale si avverte nelle opere realizzate in polistirolo ma neppure la levigata compostezza della struttura geometrizzata perde il carattere umano. Per questo non sarebbe giusto un paragone oggettuale quanto invece pare opportuno parlare di un vivace richiamarsi alla lezione intramontabile di Zadkine. Così tutte le strutture geometrizzate di Antico continuano a parlare un linguaggio umano che elude suggestioni puriste e anche il rigore calligrafico. Basti a questo proposito pensare a opere come « Feticcio » o alla scultura in bronzo del cimitero sardo di Fonni in cui pure viene a precisarsi la tendenza a ritessere articolazioni costruttiviste operando una svolta nei confronti delle ascendenze cubiste.

E’ un periodo che segna anche per Antico l’abbandono di un’immagine umana ancora segnata dai simboli dell’uragano e della tempesta come lo era stato per Germainè Richier o per Giacometti e segna, quindi, il superamento di un latente pericolo di cadere negli schemi decorativi incombenti sulla scultura nello sviluppo del manierismo cubista, vera epidemia di diffusione internazionale ancor pericolosa negli anni sessanta.
A questo punto, Italo Antico, ritesse l’articolazione spaziale secondo una prospettiva che è ora di intonazione aformale e gli permette opere chiaramente fantastiche quali, ad esempio il foglio di metallo ripiegato in cui, tuttavia, proprio la piegatura squadrettata si risolve in sostanziale immagine astratta. In sostanza dall’immagine umana fino all’oggettività della pura dimensione in una pluralità di spazio empirico si definisce il linguaggio di Antico. Non si tratta di sculture scomponibili poiché le varie parti sono sempre connesse in base alla morfologia naturale che è sfruttata per potenziare il calore espressivo della forma e le parti rimangono elementi di costruzione di un plasticismo senza elementi descrittivi.
E ricordando ancora come le armonie plastiche siano difficili e realizzabili soltanto sulla base della calibrata definizione formale tesa per una limpida definizione stilistica, possiamo capire il successo che incontra attualmente l’opera di questo attivissimo scultore sardo.

Mila Pistoi