Note intorno a Italo Antico.

Viene fatto di chiedersi, ogni volta di fronte alle opere di Italo Antico, se si offrano come il prosciugamento pressoché definito di una realtà, fisica ma anche plastica, che si è contratta all’estremo e di cui resti come segnale di continuità, nel tempo prima ancora che nello spazio, questo elemento ormai fossile, questa vertebra di materia industriale. Ma viene fatto, anche, e in contemporanea, di domandarsi se non sia altrettanto vera l’impressione opposta, se questo reperto, cioè non sia una sorta di germinazione primaria, elementare, l’affiorare di un sistema di presenza che oggi si mostra in scoperta semplicità e via via si compone in una dimensione sempre più ricca, e complessa, occupando sempre più spazio. Insomma ciò che subito “dice” un lavoro di Antico è la provocazione a sentire, e dunque a percepire, qualcosa di cui la “monotonia materiale” del tubo d’acciaio inossidabile è il suono continuo, non sai se traccia o matrice, inizio o fine, punto di resistenza finale o satura pienezza in espansione.

Con buona pace di ottimi ragionamenti critici, ho l’impressione che parlare di “segno nello spazio” sia dato tanto centrato quanto insufficiente a spiegare che cosa è tridimensionalmente una scultura di Antico. E più che probabile che la “nozione” di segno, e di segno-nello-spazio, aiuti a pensare alla virtualità di forme e di ambiti fisici in cui quelle forme si articolano; e quindi aiuti a dire che non manca in Antico un certo tipo di mentalismo che gli consente di dare il diagramma delle forze in luogo del pensiero della forma in termini di figura. Può darsi, ed è già un punto di riferimento. Ma la scultura di Antico non nega una precisa spazialità non già in cui si determina il segno ma che è l’oggetto scultura a fare per forza, plastica, di captazione, plasmatura, modulazione e percorso della luce sul corpo, plastico, dell’oggetto, e con esso. La cui presenza vuoi essere intanto ingombro, minimo ma non casuale, nè inerte, accertamento fisico di presenza. Di conseguenza la traccia o matrice non pone un elemento astratto ma una forma.

Una forma in cui stiano ben fissi, e fittamente, i segni e i motivi delle forme e dei percorsi, sicchè, via via, determinino per forza d’urto lo spazio. Mi pare, detto altrimenti, che Antico stia, in termini di storia della scultura, lungo la linea che porta a una delle radici più intense della cultura figurativa contemporanea: quella che ha la sua punta più alta in Brancusi, per fare un solo riferimento indicativo. Cioè Antico riporta ad una “riduzione” della forma a un limite figurativo in cui l’oggetto scultura si afferma come luogo d’origine, spazio che condensa la totalità, quella che contiene, fisicamente, ed energeticamente, gli sviluppi e le articolazioni successive. Dove la “riduzione” si trova a fare i conti con un preciso significato di materia e con la presenza del tempo, ora ambedue condensati e potenziali ma, proprio per questo, forze che presumono sviluppo, e fisico sviluppo, nel tempo e nella pregnanza spaziale. E a quella linea Antico si rifà anche per un altro motivo, che la forma ridotta non è oggetto trovato, momento casuale che ingenera uno chok mentale d’uso, e neppure incidente o sorpresa di natura, ma è “cosa” plasticamente artisticamente fatta (per questo dicevo di una riduzione, cioè di un atto volontario e calcolato).

Nulla più che un riferimento questo, storico, cui giova affidarsi per chiarire quanto vengo dicendo, ma che offre lo spunto per indicare la natura costruttiva, di ricerca continua di questo lavoro.
Alberto Veca, in una lucida presentazione, ha fatto notare come l’oggetto che è la scultura di Antico si ponga in qualità di “meccanismo funzionante, costituzionalmente diverso e antagonista rispetto alla dimensione umana”, e ciò proprio per il fatto di riferirsi a un’idea costruttiva che con l’anatomia figurativa della presenza umana non ha punti di tangenza. E prima di ogni altro referente se ne stacca proprio per l’indifferenza alla forma conclusa e definitiva. Vien fatto di chiedersi il perchè di un simile scarto, che come ben osservava il critico è anche un palese antagonismo. Direi che la risposta vada affidata alla notazione di tempo, alla dimensione che la scultura percorre e fa percorrere offrendo un itinerario, o costruendosi uno spazio, in cui la continua apertura e possibilità in sviluppo trova la sua non accidentalità nel ritmo e nella tensione temporale.

Lo spazio come tempo, sia di percorso della scultura sia di percezione dell’osservatore che quell’itinerario percorre ed in esso si installa con la coscienza di avanzare e arretrare lungo uno sviluppo, e quindi di riceverlo lasciandoselo via via alle spalle. Dunque un lavoro “dal punto di vista percettivo”, come suggeriva Veca, in cui, aggìungereì, l’occhio, il meccanismo del percepire ha tutta la fisicità e la complessità che deriva prima di tutto
dalla materialità e densità plastica della scultura. Ed è chiaro, a questo punto, come l’ambiguità che segnalavo all’inizio, tra prosciugamento e spessore del metallo, altro non sia che la continua oscillazione, di natura plastica, tra percezione di ingombro e riflessione mentale, fra ciò che è dinnanzi, nell’itinerario tracciato, e ciò che ci si lascia alle spalle in qualità di memoria e di presa di possesso. Nè si comprende che esigenza figurativa potrebbe avere Antico, che bisogno potrebbe avere di praticare una forma chiusa ad accumulo concluso, dal momento che ciò che una tal figura, antagonistica, dovrebbe raffigurare altri non è che lo spettatore, ed uno spettatore chiamato ad abitare la scultura.

Vorrei cioè suggerire a chi guarda queste opere (ma sarà bene sostituire il diverso verbo abitare, a questo punto) di tener nel ~1ovuto conto il proprio ruolo, come cioè la scultura in cui si muove e percepisce lo attorni, lo occupi e lo collochi. E questo per un doppio motivo: antagonistico, come suggeriva Veca, perchè la favola di cui Antico tira le fila è una indagine sul tempo e la conoscenza ambientale che non può non coinvolgere con sempre maggior ricchezza chi la frequenta, con un gioco di rimandi sottili da opera a spettatore e viceversa. E per una seconda ragione, di cronaca artistica, se si vuole: per il non meno preciso, e sottile, sforzo di Antico ad allontanare lo spettro di una scultura contemplativa, immobile, teatrino grafico lontano e deformato per chi lo guarda, condannato a un di qua innaturale.

Paolo Fossati 1983