[...] Antico
procede per ipotesi di attivazione emotiva dello spazio attraverso
linee di materia-luce (acciaio inossidabile). La sua scultura è
tipicamente segno nello spazio; segno che tuttavia la dimensione
spaziale-ambientale (lo spazio abitabile, cioè interno, in
modo peculiare) implica per intero. Non si tratta cioè di
una sorta di episodio grafico che accada nello spazio: è
esattamente una presa di possesso dello spazio ambientale esistenziale
attraverso un segno-luce che ne delinea una circostanza dimensionale,
che se lo appropria insomma attraverso possibili coordinate.
Molto significativo è l’itinerario recente della sua
scultura: cioè dalla definizione appunto di una natura grafica
del suo fare scultura, ma disegno chiuso in un dato di grafismo
spaziale (anche con notevole taratura formalistica, direi), a queste
nuovissime elaborazioni, formulate fra 1974 e ‘75, nelle quali
l’implicazione non è più astratta, bensì
è fattuale, è empirica, e l’ipotesi di scultura
è appunto di un segno, di segno emotivamente attivo nello
spazio esistenziale, e non più in un mero spazio mentale,
chiuso il segno-forma in una sua astratta e persino esile eleganza.
Voglio dire che, attivo nello spazio, il grafismo plastico di Antico
si snoda ora in un segno concreto, distinto, puntuale, e fascinoso
in quel suo essere veramente quasi la presenza fisica di un’idea
progettuale di attività nello spazio empirico: quasi come
quei castelli di tubolari che preparano fisicamente all’imponenza
del futuro edificio, e la “provano” visivamente, così
i tubi sottili d’acciaio inossidabile che Antico collega sono
ipotesi strutturali stese nello spazio reale nell’immediatezza
di riscontro di un’idea progettuale. Ed è così
appunto, in questo caso, che il circuito progetto-oggetto si chiude,
e si rende attivo. [.1
(1975) E. Crispolti |